Tacchi alti, postura e salute – Dott. Marzoli (Fisioterapista)

Tacchi alti, postura e salute

Marco Marzoli – Fisioterapista

Le scarpe con i tacchi alti sono calzature molto diffuse, soprattutto per le occasioni particolari, anche se molte donne le calzano quasi quotidianamente, come sul luogo di lavoro, quando vanno a fare la spesa, e nelle occasioni più informali. Se consideriamo scarpe con i tacchi anche le calzature con un tacco rialzato di pochi cm, possiamo affermare che almeno la metà delle donne calzano scarpe con i tacchi per la maggior parte del tempo.

Studi scientifici confermano i danni provocati dai tacchi alti alla salute di piedi, gambe, schiena, collo e dunque è fuori discussione che le scarpe con i tacchi siano potenzialmente dannose.

Questo non significa che vadano eliminate completamente dal guardaroba, tuttavia è importante imparare a farne a meno quando non ce ne sarebbe bisogno. Anche perché non sempre comportano vantaggi estetici, come vedremo…

I tacchi alterano la naturale postura costringendo chi le indossa, per evitare di cadere in avanti, ad adottare tutta una serie di compensazioni che si ripercuotono (negativamente) su molte strutture dell’organismo.

I tacchi, alzando il tallone, sbilanciano il corpo in avanti. Per evitare di cadere, si può effettuare due tipi di compensazione: la prima a livello del ginocchio, la seconda a livello della schiena.

Flettendo le ginocchia, queste si spostano in avanti, facendo traslare indietro il centro di gravità e riportandolo in equilibrio, sopra i piedi. La curva lombare si riduce e la curva dorsale si accentua. Questo atteggiamento è tipico delle donne poco atletiche che salgono sui tacchi, ottenendo un effetto estetico negativo, perché con questo tipo di compensazione la camminata è in genere goffa. Anche il vantaggio della maggiore altezza garantita dal tacco viene in parte persa perché flettendo le ginocchia ci sia abbassa di qualche centimetro.

Se invece le ginocchia non si flettono o si flettono poco, per non cadere è necessario inarcare la schiena portando indietro la parte alta del tronco. In questo modo i glutei sporgono di più all’indietro, la gamba è più slanciata, la curva lombare è accentuata e il torace è più esposto in avanti. In questa situazione si ha senz’altro un vantaggio in termini estetici.

Calzando scarpe con i tacchi, la pressione sull’avampiede aumenta di molto (del 22% per un tacco da 2,5 cm, fino al 75% per un tacco da 8 cm). Questa pressione, associata alla forma della punta delle scarpe con i tacchi, che non rispetta la naturale fisiologia delle dita, costringendole in uno spazio troppo stretto, comporta un maggior rischio di sviluppare problemi alle dita e al piede.

Ecco alcuni dei problemi imputabili ad un uso eccessico delle scarpe con i tacchi: il neuroma di Morton (una fibrosi generata dall’ipertrofia del nervo sensitivo interdigitale, provocato da una irritazione di tipo meccanico); l’alluce valgo (diffusissimo tra le donne anziane) e le dita a martello; la deformità di Haglund (una osteocondrosi caratterizzata dalla crescita abnorme di tessuto osseo nel tallone, causato da continuo sfregamento);  metatarsalgia (infiammazione cronica delle ossa dell’avampiede).

Questo per quanto riguarda i problemi cronici, poi ci sono gli eventi traumatici causati dalle cadute, con slogature della caviglia, in genere non gravi.

Non escludendo problemi anche a ginocchia, polpaccio e tendine di achille, un altra zona che ne risente dei continui adattamenti è la schiena, la cui  compensazione non è fisiologica e può portare prima a mal di schiena, in genere causato da contratture muscolari e alla lunga a vere e proprie degenerazioni articolari, con carico errato in stazione eretta e la conseguente degenerazione del disco intervertebrale, provocando poi protrusioni, ernie, ecc.

Perché le donne portano i tacchi? Perché le scarpe con i tacchi sono belle, per una questione di moda, perché slanciano le gambe, perché piacciono agli uomini, ma l’uso prolungato porta alla degenerazione delle articolazioni, mal di schiena ma soprattutto ad un peggioramento della qualità di vita.

 

 

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